“Esilio” di Mariano Dammacco: accusa alla società tra Cechov e Fantozzi.

Uno spettacolo che trasfigura le angosce contemporanee in un’aura fantastica, esalta la voce della coscienza e unisce tratti da commedia dell’arte a eco kafkiane.
“Esilio” di Mariano Dammacco rappresenta un autentico atto d’accusa contro la società odierna, ma anche un esercizio di stile che rispecchia alla perfezione gli stilemi di Cechov.

Lo spettacolo, prodotto dalla Piccola Compagnia Dammacco, ha portato come sempre aria di innovazione al Teatro Kismet di Bari, sapientemente diretto da Teresa Lodovico.
Una sorta di Charlot disorientato, dai baffetti sottili, dagli sproporzionati abiti maschili e dall’incedere fantozziano, interpretato da una Serena Balivo in stato di grazia; l’intercalare, sul palco e fuori campo, di una coscienza in abito bituminoso, centellinata da un Dammacco versione cammeo: protagonista di “Esilio” è un uomo contemporaneo alle prese con le proprie fragilità.

Pochi preamboli, nessun dilungarsi in descrizioni inutili. Entriamo subito in una dimensione spersonalizzante. Abbiamo davanti un individuo qualunque, senza nome né età. Dentro l’uomo, una quieta disperazione. Tutt’intorno, un alone di solitudine.
Si viaggia fuori del tempo. Si annaspa nel buio, cercando una via d’uscita. Chi ci parla è all’inizio di un crinale inesorabile, avviato dalla perdita del lavoro. Seguono una forte crisi d’identità, la perdita delle relazioni e del prestigio sociale, la dissoluzione dell’autostima. Si tratta di un intreccio di sentimenti e sfumature dell’anima: tristezza, dissimulazione, incredulità, sgomento, ansia, rabbia, paura.

La voce del mare, di chi prova a restare in equilibrio su una zattera nella tempesta della vita. La vocina sgomenta, soffusa, vereconda, di una buffa marionetta dagli scatti spigolosi e dalle movenze oniriche. Domina un’ironia soffusa.

Non manca nulla in questo spettacolo surreale che usa un linguaggio icastico, esorcizza lo psicodramma con sprazzi di comicità, crea movimento con danze sghembe da carillon. La scelta del monologo a due voci, la scrittura in prima persona, ci trascina dentro la narrazione, facendoci riflettere sulla nostra condizione di esuli dell’identità.

È una poetica dell’alienazione, dove si alternano momenti di dolore, miraggi di tregua, velleitari slanci d’ottimismo. Eppure non c’è ombra di rassegnazione in quest’ometto zelante e industrioso, che prova ad attivare una miriade di strategie di sopravvivenza. Attinge perciò alle tante guide pratiche di filosofia spicciola che imperversano ai nostri tempi: la religione, il Pilates, il buddismo, la fisica quantistica. Malgrado ciò, lo stallo prosegue. Il presente risucchia sogni e ricordi, passato e futuro.

Quella di Dammacco e Balivo è la narrazione di una confessione, ma è soprattutto una scrittura della reticenza. Lo stile, semplice e sobrio, è come modellato sul tragico quotidiano, cioè sulle minute pene dell’esistenza. Le pennellate sembrano messe a caso, come se non avessero nessun rapporto tra di loro. Invece, guardando da lontano, si coglie un quadro d’insieme chiaro. Ne nasce un racconto breve, fatto di silenzi, impliciti e salti temporali. Ogni scena tace, allude, lascia in sospeso.

“Esilio” è uno spettacolo notturno sublimato dalle note di pianoforte, che unisce un meticoloso teatro di parola alle suggestioni del teatro di figura.
Resta la sensazione di una drammaturgia d’autore densa di riferimenti colti mai ricercati o esibiti, sempre sopiti e impliciti, spontanei, inconsciamente interiorizzati. Ne scaturisce un’arte ricercata eppure popolare, capace di toccare corde universali, poiché usa registri e linguaggi accessibili a tutti.

ESILIO
Con Serena Balivo e Mariano Dammacco
Ideazione, drammaturgia e regia Mariano Dammacco
Con la collaborazione di Serena Balivo
Produzione Piccola Compagnia Dammacco

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Scrittore, giornalista, autore di poesie ed opere letterarie, seo specialist, informatico e web designer.

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