Professoressa insultata: un caso di coscienza per l’intera categoria

insegnante

 

Ha fatto scalpore il caso della docente di lettere di un liceo scientifico di Palermo insultata e quasi aggredita fisicamente dai genitori di un allievo, per il solo fatto di aver giudicato male un tema. In realtà oggi sembrano essere all’ordine del giorno gli attacchi verbali e, a volte, purtroppo non solo verbali, nei confronti dei professori da parte di genitori. Ma ciò che sorprende è il fatto che nel caso in questione ad umiliare pubblicamente la docente davanti ad alunni, colleghi e bidelli è stato un sottufficiale di Polizia e non un semplice cittadino.

La vicenda risale ormai a circa un anno fa: i due genitori arrivati a scuola chiedono con insistenza di voler parlare con la professoressa, di cui per ragioni di privacy non faremo il nome, la quale interrompe la lezione in corso e si trova davanti padre e madre imbufaliti che la accusano di perseguitare il figlio. “Lei si è permessa di dire a mio figlio che il compito non era farina del suo sacco“, esordisce il papà, la docente fa presente: “ma se non mi posso più permettere di dire ai miei alunni che i loro compiti, peraltro svolti a casa, non sono farina del loro sacco, io non posso in alcun modo esercitare il mio ruolo in classe“; dopo interviene la madre che accusa l’insegnante “di non avere voluto interrogare come volontario il figlio per recuperare un brutto voto”  sostenendo che la prof. perseguita il figlio.  Alla discussione, che si accende, assistono anche altri insegnanti, gli alunni delle altre classi e i bidelli. Dopo oltre venti minuti di botta e risposta la professoressa fa presente che ha ancora un’ora di lezione da svolgere e invita i genitori a rivolgersi al dirigente scolastico,  e a quel punto il papà dell’alunno perde la testa, “lei non capisce niente, non capisce neanche l’Italiano, anche se insegna Italiano!” grida in faccia alla docente, e sollevando il dito indice, mosso quasi da uno sdegno irrefrenabile aggiunge in tono di minaccia: “stia attenta, io la rovino, lei mi deve ascoltare, io sono un sottufficiale di Polizia“. Ed ecco che un agente di polizia, il quale dovrebbe rappresentare la legalità, si fa portatore di un atteggiamento violento e ricattatorio degno di uno di quei “signorotti” del Meridione italiano. Qualche settimana dopo l’accaduto la professoressa espone querela contro i due genitori, i quali si presentano al cospetto della docente dichiarandosi pentiti, e certamente non per un rigurgito di coscienza, ma per evitare i rischi che sarebbero potuto venire da un’eventuale condanna,”mi mettono a passare carte per tutta la vita“, ha spiegato alla professoressa il papà del ragazzino, questa volta con un tono da cane bastonato.

Ma  l’insegnante che ha deciso di non demordere e di proseguire sulla strada della tutela della professionalità e della rispettabilità di se stessa e della propria categoria, si è vista archiviare il caso dal giudice di pace di Palermo, in quanto non sarebbe accaduto nulla di penalmente rilevante.

Un episodio analogo si è verificato qualche tempo fa in provincia di Livorno, in una scuola di Rosignano Solvay, dove una mamma ha ricoperto di ingiurie l’insegnante di sua figlia. Anche in questo caso il giudice di pace di Cecina ha dichiarato il non luogo a procedere,  ma il procuratore generale di Firenze ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che l’episodio andava inquadrato non nel delitto di ingiuria, ma in quello di oltraggio a pubblico ufficiale, e dunque era di competenza del tribunale e non del giudice di pace. La Cassazione accoglie il ricorso e trasmette gli atti alla Procura di Livorno, configurando il caso come “oltraggio a pubblico ufficiale“, reato che si concretizza se l’offesa avviene “alla presenza di più persone“, si realizza “in luogo pubblico o aperto al pubblico e in un momento nel quale il pubblico ufficiale compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni“. Per questo la mamma toscana rischia una pesante condanna.

In virtù di questo la professoressa siciliana potrebbe ricorrere in Cassazione, anzi dovrebbe farlo  oltre che per un risarcimento personale anche in difesa della dignità dell’istituzione scolastica che da tempo ormai viene calpestata senza ritegno.

 

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Nicola Antonio Pagliarulo

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